Il karaoke che cura

I pazienti di una clinica di riabilitazione motoria romana il mercoledì pomeriggio hanno un appuntamento canoro fisso

Karaoke al S. Giovanni Battista, organizzato in occasione del carnevale. Nella foto: Aurelio Carrozzi mascherato da Dottor HouseNon serve la prescrizione medica per cantare al karaoke, ma Aurelio Carrozzi, medico di guardia in una clinica di riabilitazione motoria romana, pensa che possa essere la ricetta giusta per la salute. Dieci anni fa ha cominciato a condividere la sua passione per il canto e il ballo con i pazienti dell’ospedale S. Giovanni Battista. “Quando ho iniziato a lavorare lì ho trovato dei colleghi che, cantando e ballando cercavano di coinvolgere i degenti per distrarli dai loro pensieri e mi sono unito a loro.

I pazienti ricoverati in una clinica di riabilitazione motoria – continua Carrozzi – sono soprattutto persone anziane o giovani polincidentati. Molti di loro trascorrono intere giornate a pensare alla morte o che non usciranno più dalla clinica. Invitarli a un appuntamento di evasione per loro è un grosso aiuto. La sera del karaoke – racconta Carrozzi – erano tutti più sereni, nessuno chiedeva le gocce per dormire”.

Monti pazienti trascorrono intere giornate a pensare alla morte o che non usciranno più dalla clinica. Invitarli a un appuntamento di evasione per loro è un grosso aiuto

A distanza di tanti anni Carrozzi non lavora più nell’ospedale gestito dal Sovrano militare ordine di Malta, ma tutti i mercoledì si libera lo stesso dai mille impegni di lavoro per raggiungere il suo ex ospedale e trasformarsi in “volontario del karaoke”. Riuscire a regalare anche un solo momento di distrazione spinge Carrozzi e tanti altri volontari a continuare a organizzare gli appuntamenti settimanali. “Offriamo ai pazienti – dice il medico con la passione per il canto – un po’ di ‘stacco mentale’”.

Una storia gli è rimasta nel cuore. Racconta: “Una sera venne un ragazzo da poco uscito dal coma accompagnato dal padre. Non parlava ancora, non diceva nemmeno ‘mamma’, che è la prima parola che di solito si dice quando si torna a parlare. Si sforzò di farci capire che voleva cantare “Bollicine”, una canzone di Vasco Rossi. La cantò tutta nel modo in cui poteva. Fu un momento che ancora oggi mi fa venire i brividi. Ogni tanto – continua Carrozzi – torna a trovarci per il karaoke”.

“Molti pazienti trascorrono intere giornate a pensare alla morte o che non usciranno più dalla clinica. Invitarli a un appuntamento di evasione per loro è un grosso aiuto” ai pazienti – dice il medico con la passione per il canto – un po’ di ‘stacco mentale’”.

(Laura Petri)

La musicoterapia

La musicoterapia si sviluppa come disciplina scientifica all’inizio del secolo XVIII con un primo trattato scritto da Richard Brockiesby, medico musicista londinese. Intorno al 1950, viene fondata negli Stati Uniti la prima associazione di musicoterapia, la NAMT (National Association of Music Therapy), dopo che nell’Università del Kansas era stata utilizzata la musica a fini di riabilitazione per i reduci della Seconda guerra mondiale.

Nel 1996 la World Federation of Music Therapy (Federazione Mondiale di Musicoterapia) ha definito la musicoterapia “modalità di approccio alla persona che utilizza la musica o il suono come strumento di comunicazione non-verbale, per intervenire a livello educativo, riabilitativo o terapeutico, in una varietà di condizioni patologiche e parafisiologiche.

(l.p.)

Tratto da:

Il Giornale della Previdenza dei Medici e degli Odontoiatri n. 6/2013

Il Giornale della Previdenza dei Medici e degli Odontoiatri n. 6/2013

data pubblicazione : 22/10/2013