Morire per compiere la propria missione
Un ricordo di Elias Kassabji, il medico 66enne di origine siriana ucciso da una piena una domenica pomeriggio, mentre faceva ritorno da una visita effettuata per fare un favore a un conoscente.
“Una persona di una precisione e di una meticolosità rara. Si dedicava alla professione in modo splendido. Dovunque è stato ha lasciato il segno e quando infermieri ed ex colleghi dell’istituto dove aveva lavorato vent’anni prima hanno letto sul giornale della tragedia, almeno in quaranta mi hanno chiamato increduli per avere sue informazioni”.
Così Giuseppe Vittorio Scaliti, 63enne geriatra, ricorda il collega Elias Kassabji – 66enne di origine siriana, medico di medicina generale residente nel capoluogo ligure – trovato morto il 20 gennaio scorso dopo essere stato travolto dall’impeto di un torrente nel comune di Bogliasco.
Nel resoconto dei fatti era già emerso come quella domenica il medico avesse sfidato il maltempo spostandosi nel comune del genovese per fare un favore al vicino di casa, che gli aveva chiesto di visitare il figlio appena dimesso dall’ospedale.
La sua generosità trova ora conferma nelle parole dei colleghi. “L’avevo incontrato
quand’era venuto al San Raffaele Coronata di Genova per fare delle sostituzioni – racconta Scaliti, ex direttore dell’istituto –. Lui era nella graduatoria Sumai come supplente e al tempo faceva la guardia medica. Il Coronata poi venne chiuso, ma ci rincontrammo qualche anno più tardi, entrambi ‘mutualisti’, per le docenze di medicina scolastica. Era una persona che si faceva voler bene da chiunque, sempre disponibile con gli altri, anche per questioni personali”.
La decisione di dedicarsi alla professione medica era nata così, quasi inattesa, ma negli anni si era rivelata una vera vocazione
Come specialista ambulatoriale Kassabji era in pensione dall’ottobre del 2012. “Elias Kassabji merita di essere ricordato con grandi onori – ha dichiarato in un messaggio di cordoglio il presidente della Fondazione Enpam Alberto Oliveti –. Tutti i giorni i medici si impegnano correndo grandi rischi e senza cercare alcun clamore. La scomparsa di un collega mentre stava generosamente compiendo il suo dovere non deve però passare inosservata”.
Originario di Aleppo, Kassabji era arrivato a Perugia nel 1969 attratto dalla prospettiva di studiare ingegneria. Dopo i primi corsi di lingua all’Università per stranieri però, aveva cambiato idea e maturato la decisione di iscriversi a medicina.
Speranze e difficoltà di quei primi anni rivivono nel ricordo del suo connazionale, il dottor Michel Takla, 64enne medico chirurgo, con cui Kassabji condivise l’appartamento in quei primi anni. “Ci eravamo conosciuti e avevamo fatto amicizia a Perugia, durante le lezioni di Italiano. Dopo qualche mese poi, più per motivi economici che altro, ci siamo trasferiti a Genova per iscriverci alla facoltà di medicina. Insieme abbiamo passato gli anni migliori della nostra vita”.
La decisione di dedicarsi alla professione medica era nata così, quasi inattesa, ma negli anni si era rivelata una vera vocazione. “Una scelta di enorme buon senso e buona volontà – dice ancora Scaliti – perché vi era portato. Era uno che prestava grande attenzione ai suoi assistiti, che per un medico credo sia la cosa più importante. Era il classico medico che dei suoi pazienti conosceva tutto, tanto da entrare spesso a far parte, un po’ come capita sovente a noi geriatri, della loro famiglia”.
Era uno che prestava grande attenzione ai suoi assistiti, che per un medico credo sia la cosa più importante. Era il classico medico che dei suoi pazienti conosceva tutto, tanto da entrare spesso a far parte, un po’ come capita sovente a noi geriatri, della loro famiglia”.
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di Marco Fantini
@FondazioneEnpam
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