Le risposte di Lucio Barani
Medico distrettuale Asl, candidato al Senato (Lombardia-Campania), PdL
Cosa fare per la doppia tassazione che pesa sulla previdenza privata?
È evidente che il risparmio previdenziale debba trovare una tutela ed un’attenzione da parte del legislatore in coerenza con la funzione sociale che svolge la previdenza. Per questo sarebbe necessario riconoscere un trattamento fiscale agevolato anche ai rendimenti finanziari ottenuti dalle casse nell’esercizio della loro attività e sui loro patrimoni funzionali all’obiettivo previdenziale. Questo in maniera analoga a quanto accade per i fondi di previdenza complementare che già scontano un’aliquota sui rendimenti dell’11 per cento e quindi estremamente ridotta rispetto a quella legale del 20 per cento sui rendimenti finanziari e del 12,5 per cento sui rendimenti dei titoli di stato. Perché questo possa accadere è però necessario lavorare ad una trasparenza sempre maggiore in tema di investimenti degli enti di previdenza privata, ponendo particolare attenzione alla destinazione effettivamente previdenziale dei rendimenti realizzati dai valori mobiliari ed immobiliari in gestione. Senza derive speculative cui pure in passato abbiamo assistito. questo obiettivo può realizzarsi tramite l’estensione – con gli opportuni adeguamenti – del d.m. n. 703/96 che regola gli investimenti dei fondi pensione anche alle casse previdenziali.
Cosa fare con la legge che ha dato autonomia agli enti pensionistici come l’Enpam?
L’autonomia va senza dubbio mantenuta e salvaguardata. È però indubbio che in qualche caso è stato manifestato qualche segno evidente di sofferenza dal punto di vista della sostenibilità attuariale. Non è semplicemente un problema che riguarda soltanto le categorie interessate, perché le eventuali difficoltà delle casse privatizzate rischiano concretamente di scaricarsi sul sistema pubblico generale. Rispettando quindi l’autonomia di ogni categoria professionale poniamo questo problema per evitare nel futuro il rischio di situazioni già vissute nel passato e che tutt’oggi gravano sul bilancio dell’inps. La storia dell’Inpdai – con gli squilibri di bilancio ricordati – deve valere sostanzialmente come monito per tutti.
Apprezzo quindi particolarmente il processo di autoregolamentazione in atto tra le casse aderenti all’Adepp ed è opportuno andare avanti in maniera coraggiosa su questa strada, coniugando le legittime esigenze di rappresentanza con l’obiettivo di efficienza economica delle prestazioni e della gestione degli enti. D’altra parte anche i nuovi vincoli di solvibilità pongono sfide importanti per il futuro degli enti di previdenza privati, sia nello stabilire una serie di paletti volti ad attenuare l’area di rischio finanziario e demografico sia nel considerare, almeno in alcuni casi, la possibilità di sinergie virtuose.
Garantirete che gli enti previdenziali privati possano contare sul patrimonio per la tenuta futura?
Intanto è fondamentale che tutti gli attori previdenziali sposino il sistema contributivo che garantisce un legame migliore tra contribuzione e prestazione ed un equità attuariale sicuramente più efficiente. Vanno però anche definiti in maniera ottimale i “pesi” dei patrimoni nell’ottica dei bilanci tecnici e degli indicatori di sostenibilità. La discussione in atto è decisiva perché alla base ci sia essenzialmente la tutela degli aderenti e del loro futuro previdenziale. Fatta questa premessa, è assolutamente importante che le casse possano contare sul loro patrimonio nei casi di squilibri tra contributi e prestazioni, valutandone l’utilizzo in alternativa agli incrementi di aliquota contributiva o alle contrazioni del tasso di rendimento riconosciuto all’accantonamento previdenziale. Un po’ come, in maniera automatica, succede da anni in Svezia con l’automatic balance mechanism dove gli indicatori previsti garantiscono appunto di volta in volta – e senza l’intervento politico ed i rischi a questo connessi – l’equilibrio del sistema anche in presenza di scostamenti o shock demografici in grado di minarne il funzionamento a ripartizione. D’accordo quindi sull’utilizzo dei patrimoni, a patto che le regole siano chiare, definite e che la sostenibilità sia reale e non legata alle scelte che questo o quel consiglio di amministrazione può decidere o non decidere di compiere, influenzato peraltro da innumerevoli fattori.






