Sud Sudan, dottori italiani in mezzo al conflitto
Il racconto dei camici bianchi stretti tra ribelli e forze governative. E che dopo gli studi di medicina si sono ritrovati anche a fare le ronde per proteggere i pazienti dalle rappresaglie
Per i volontari dell’associazione ‘Medici con l’Africa Cuamm’ ci mancava solo la guerra. Nel Sud Sudan, Paese che ha visto la luce meno di tre anni fa, si è registrato lo scorso dicembre un tentativo di colpo di Stato. La situazione è degenerata, sono scoppiati gravi scontri tra le fazioni. In poco più di un mese, secondo fonti delle Nazioni Unite, gli scontri hanno causato migliaia di morti e oltre mezzo milione di profughi.
L’associazione italiana Medici con l’Africa, presente da anni nel Paese, ha fatto rientrare in Italia diversi cooperanti. In Sud Sudan ne rimangono solo sei: un chirurgo, un pediatra, un’infermiera e un’amministrativa presso l’ospedale di Lui (Western Equatoria); un ginecologo e un’anestesista/pediatra presso l’ospedale di Yirol, nello Stato dei Laghi.
Medici tra i fucili
Cos’è accaduto sul campo in quei frangenti lo sappiamo grazie alle testimonianze di Enzo Pisani, specialista in medicina interna, e del chirurgo Paolo Setti Carraro. Entrambi sono medici del Cuamm rimasti in Sud Sudan dall’inizio degli scontri.
Pisani, forse perché ormai abituato alle emergenze, dall’ospedale di Yirol sembra minimizzare: “Niente di speciale. Questo ospedale già riceve continuamente traumi da scontri fra clan diversi che da millenni si rubano vacche e pascoli; con la guerra abbiamo ‘solo’ aumentato la frequenza delle ferite da arma da fuoco e ridotto la routine operatoria”.
Tra le principali difficoltà incontrate durante i combattimenti, il dottor Pisani cita il clima di tensione: “La convivenza in ospedale con soldati armati, sia i feriti che gli accompagnatori, che non ne vogliono sapere di lasciare la propria arma: talvolta è difficile lavorare con queste canne di fucile che spuntano dappertutto.
Una volta – continua Pisani – ci è capitato di operare un ferito che poi si è rivelato essere un ribelle antigovernativo: grande tensione, i soldati ricoverati lo volevano far fuori subito, ma per fortuna è intervenuta la security governativa che lo ha portato in un posto nascosto in città. Lì lo abbiamo medicato e trattato per un giorno e poi è stato trasferito nella capitale”.
Di guardia contro i massacri
Paolo Setti Carraro si trovava invece all’ospedale di Lui quando, erano i primi di gennaio, vi sono stati trasportati un gran numero di feriti. “La mattina del 2 di gennaio – racconta – sono arrivati diciassette
feriti caduti durante la notte in un’imboscata. Un soldato era morto durante il viaggio, un secondo presentava una grave ferita da arma da fuoco all’addome, era eviscerato ed è deceduto subito dopo il triage.
Un terzo, con una ferita esposta e comminuta di gamba sinistra è deceduto tre ore dopo l’amputazione, in assenza di sangue da trasfondere. Gli altri presentavano ferite da arma da fuoco multiple agli arti, al torace, al cranio. Stilata la lista delle priorità chirurgiche ho passato gran parte della giornata nel trattamento delle ferite”. Il peggio doveva però arrivare nel pomeriggio del giorno successivo, quando giunse un convoglio di militari fedeli al governo, formato nella maggior parte da soldati di etnia Dinka.
“Questi – continua Setti Carraro – venuti a conoscenza della presenza in ospedale di feriti di etnia Nuer, sono entrati in reparto armati, minacciandoli di morte. Allontanati, sono poi ritornati ripetutamente per portare a compimento le loro minacce. I dieci giorni successivi sono stati di grande tensione: noi stessi ci siamo alternati in turni di guardia diurna all’ingresso dell’ospedale e di ronda lungo il perimetro durante la notte e siamo riusciti, in più occasioni, a respingere intrusioni armate in ospedale.
Finalmente – conclude il chirurgo – due settimane dopo l’arrivo dei feriti siamo riusciti a trasferire i feriti Nuer al loro gruppo di appartenenza, sotto scorta militare, con la protezione civile da parte dei rappresentanti del governo e con il consenso vigile della Croce rossa internazionale”.
C’è chi riparte
Altra testimonianza è quella di Donata Galloni, infettivologa, rimpatriata in Italia pochi giorni dopo l’inizio dell’escalation militare. A metà febbraio però è voluta tornare in Sud Sudan.
Contattata dal Giornale della Previdenza alcuni giorni prima della partenza ha lasciato trasparire la sua determinazione: “Con lo staff rimasto sul campo e con il nuovo che presto darà il cambio a chi è a fine contratto – ha detto Donata Galloni – si continuerà il lavoro, in uno scenario mutato e per me nuovo, visto che non ho esperienza di contesti di crisi umanitaria e di instabilità.
Sappiamo che ora i bisogni sono accresciuti e le richieste di aiuto e assistenza da parte della gente sono più pressanti, mentre le risorse umane e materiali a disposizione rimangono insufficienti. Questo è da un lato motivo di preoccupazioni e timori, ma dall’altro è una delle ragioni per continuare il lavoro intrapreso: tentare di garantire alla popolazione il diritto alla salute”.
(Carlo Ciocci)
Per contribuire
‘Medici con l’Africa Cuamm’ è in Sud Sudan dal 2006. I team del Cuamm operativi all’ospedale di Lui e di Yirol e sono al lavoro in condizioni di estrema precarietà di dotazioni. Servono farmaci essenziali per gli ospedali, medicinali per il trattamento della malaria, della polmonite, della diarrea; alimenti terapeutici come vitamine, antibiotici e antidolorifici; kit chirurgici e attrezzature per facilitare l’igenizzazione dell’acqua. Per sostenere questo impegno: Causale Emergenza Sud Sudan c/c postale 17101353 intestato a Medici con l’Africa Cuamm IBAN: IT 91H0501812101000000 107890 per bonifico bancario presso Banca Popolare Etica, PD
Tratto da:










