L’altra faccia della cooperazione
Come orientarsi tra le tante proposte di volontariato internazionale medico. Quali sono i rischi. E quali sono gli errori da evitare
Aiutare chi ha bisogno di cure ovunque, in qualsiasi modo, con qualsiasi mezzo non sempre è utile. Medici che mettono la loro professionalità a disposizione della cooperazione possono trovarsi coinvolti in progetti mordi e fuggi, svolti in ospedali a pagamento o inseriti in programmi che curano solo alcune malattie drenando risorse alle cure primarie.
“Quando un medico decide di partecipare a un progetto di cooperazione in Africa – spiega Gavino Maciocco, professore di Politica sanitaria presso il Dipartimento di medicina sperimentale e clinica dell’Università di Firenze – deve prima di tutto considerare che il periodo minimo è un paio di anni. A meno che il proprio intervento non sia altamente specialistico e all’interno di un più generale e logico progetto di assistenza, è necessario del tempo per capire dove ci si trova, per adattare la propria professione alla realtà locale: lingua, patologie, mezzi a disposizione, rapporti con i professionisti del posto”. Un periodo di tempo minimo è necessario, secondo Maciocco, anche e soprattutto per trasferire la propria esperienza al personale locale e renderlo autonomo.
Bisogna stare attenti a non fare turismo di cooperazione, interventi spot senza aiutare a costruire competenze

Le linee guida della cooperazione italiana stabiliscono che i progetti di sviluppo sanitario dovrebbero essere improntati ad alcuni principi fondamentali: “I medici dovrebbero controllare che le strutture in cui lavorano rispettino i principi di equità” – dice Maciocco. Come spiega il medico, infatti, in Africa tutti gli ospedali che non possono contare su un qualche tipo di finanziamento sono a pagamento. Gli stessi governi hanno spesso imposto tariffe altissime nelle strutture pubbliche per favorire i privati.

Solo i più ricchi accedono perché in grado di sostenere la spesa per cure e trasporti: “Quando si opera in strutture a pagamento in realtà si va solo a svolgere la propria professione in un altro Paese. Si salvano vite, ma certo non quelle dei poveri. Per questo – afferma Maciocco – per rispettare il principio di equità non basta partecipare ad un progetto che invia medici, ma bisogna assicurarsi che l’ospedale sia finanziato e quindi accessibile e gratuito”.
“Bisogna stare attenti a non fare turismo di cooperazione, interventi spot senza aiutare a costruire competenze – conferma Enrico Materia, medico di sanità pubblica e membro dell’Osservatorio italiano salute globale –. Si rischia di fare solo interventi su pazienti senza presa in carico, continuità assistenziale, il necessario follow up. Il trasferimento delle competenze e la sostenibilità sono due concetti chiave che non vengono mai considerati abbastanza nei progetti di cooperazione”.
I medici dovrebbero controllare che le strutture in cui lavorano rispettino i principi di equità
Anche la verticalizzazione dei progetti di cooperazione, cioè l’orientamento delle politiche di sviluppo sanitario verso il controllo di singole malattie e non sulle esigenze complessive di un Paese, è stata oggetto di aspre critiche: “Distrugge il tessuto organizzativo dei sistemi sanitari locali – dice Maciocco –. Queste organizzazioni si servono di personale governativo, che a fronte di uno stipendio maggiore ben volentieri partecipa.

La coesistenza di più progetti di questo tipo in un solo Paese svuota il sistema sanitario locale di quelle professionalità necessarie per trattare la patologia corrente. Inoltre i progetti sono di breve durata: 3 o 4 anni e, finiti i soldi, si concludono. Un’organizzazione a singhiozzo non aiuta di certo la già difficile condizione di questi Paesi”.
La frammentazione degli interventi pone una serie di ulteriori problemi: “Gli attori che oggi operano nel campo della cooperazione sono più di 50mila a livello globale – dice Enrico Materia –. Ognuno ha le sue regole, procedure e sistemi di valutazione che sono imposti ai Paesi partner insieme ai finanziamenti. Questo vuol dire che in un solo Paese coesistono una miriade di progetti scollegati tra loro. Gli Stati riceventi si ritrovano oberati e per questo è necessario coordinare e riallineare gli interventi al sistema locale”.
Quando si opera in ospedali a pagamento si va solo a svolgere la propria professione in un altro Paese. Si salvano vite, ma certo non quelle dei poveri
Tra i principi identificati nella “Dichiarazione di Parigi sull’efficacia degli aiuti” del 2005 si annoverano infatti l’armonizzazione delle azioni dei donatori, l’allineamento dei progetti con gli obiettivi e le priorità dei Paesi riceventi e soprattutto la titolarità, secondo cui è ai Paesi riceventi, governi e società civile, che devono appartenere le politiche di uso degli aiuti. “Le priorità devono essere stabilite localmente – dice Materia – possibilmente esplicitate all’interno di un piano sanitario nazionale. Il finanziamento converge quindi nel bilancio nazionale e i donatori devono assicurare l’assistenza tecnica e svolgere il monitoraggio e la valutazione di come sono stati impiegati i fondi. La frammentazione invece toglie autonomia, competenza, responsabilità e supervisione a quei Paesi che si pretende di aiutare”.
(Claudia Furlanetto)
Tratto da:

Il Giornale della Previdenza dei Medici e degli Odontoiatri n. 1/2014






