Partita Iva per pagare meno tasse

La Legge di Bilancio 2019 ha introdotto numerose novità fiscali, alcune delle quali rivolte esclusivamente ai titolari di partita Iva in forma individuale.

Tra queste, due interessano i professionisti e dunque tutti i medici titolari di partita IVA:

  • Il nuovo contribuente forfettario con reddito determinato a forfait e imposta proporzionale del 15 per cento (o del 5% per le nuove attività under 35 o over 50).
  • Il contribuente ordinario con imposta proporzionale del 20% (flat tax)

 

IL NUOVO CONTRIBUENTE FORFETTARIO

Il contribuente forfettario non è una novità assoluta, ma una rivisitazione di un’agevolazione introdotta dalla Legge n. 190/2014 (Legge bilancio 2015), con modifiche che hanno certamente ampliato, anche sensibilmente, la platea dei professionisti interessati, con limite dei compensi elevato da 30mila a 65mila euro.

Unitamente all’incremento dei compensi sono state abolite alcune cause ostative, quali a titolo esemplificativo il limite di 20mila per l’investimento in beni strumentali superato il quale non era possibile accedere o permanere nel regime, oppure il ricorso al lavoro dipendente e/o professionale per importi superiori a 5mila euro.

Si tratta di novità, che combinate, consentono a molti medici, prima esclusi, di accedere al regime forfettario.

Il contribuente forfettario determina le imposte dovute applicando ai compensi percepiti una percentuale di redditività del 78 per cento e questo indipendentemente dalle spese effettivamente sostenute per la produzione dei compensi.

Sul reddito come sopra determinato applicherà un’imposta proporzionale del 15 per cento (flat tax), in luogo di un imposta progressiva per scaglioni aggiuntivi.

Il medico forfettario è estraneo all’IVA e non subisce ritenute di acconto.

Il medico forfettario può dedurre la previdenza obbligatoria (Enpam): un medico che percepisce compensi per 52 mila con contribuzione previdenziale obbligatoria per 8mila euro, avrà un’imposta così calcolata= Euro 52.000,00 per 78% = euro 40.560,00 meno 8 mila euro di contribuzione Enpam= euro 32.560,00 per 15 per cento = euro 4.884,00 di imposte.

 

FLAT TAX FINO A 100MILA EURO

Il contribuente ordinario con imposta al 20% (flat tax) è una novità assoluta introdotta dalla Legge di Bilancio 145/2018 all’articolo 1, comma 17 e seguenti.

Si applica dal 1° gennaio 2020 e interessa i medici che al 31 dicembre del 2019 avranno conseguito compensi maggiori di euro 65 mila ma inferiori ad euro 100 mila.

Non si tratta di un contribuente forfettario, ma di un contribuente ordinario.

Senza dubbio si tratta di un regime fiscale al quale molti professionisti ambiranno e che può rappresentare un’occasione di risparmio fiscale

Il reddito verrà determinato ordinariamente, ossia quale differenza tra compensi percepiti e spese effettivamente sostenute (materiale di consumo, servizi, locazione, noleggi, costi del personale dipendente, ammortamenti ed oneri diversi).

Il professionista ordinario con imposta al 20 per cento sarà anch’esso estraneo all’Iva e non subirà ritenuta di acconto.

Trattandosi di un nuovo regime, applicabile dal 2020, si attendono istruzioni più precise, ma appare del tutto coerente che dal reddito calcolato in forma ordinaria, prima del calcolo dell’imposta,  possano dedursi i contributi Enpam.

Ad esempio, un medico con compensi per 95 mila euro, spese sostenute per 18mila euro e contribuzione obbligatoria per 14 mila euro, calcolerà le imposte nella seguente maniera: Compensi percepiti (95mila euro) meno spese sostenute (18mila euro) = reddito professionale di 77mila euro, al quale sottraiamo 14mila euro di contribuzione previdenziale. Otteniamo così un reddito imponibile di 63mila euro e un’imposta dovuta di euro 12.600,00 (20 per cento di 68 mila).

Senza alcun dubbio si tratta di un regime fiscale al quale molti professionisti ambiranno e che può rappresentare un’occasione di risparmio fiscale.

Decidere se aderire o meno a questo regime non dovrà essere un fatto automatico, ma andrà ponderato alla luce di numerose variabili da prendere in considerazione.

In via preliminare è importante sottolineare che, sebbene l’aliquota del 20% rappresenti una tassazione fiscale estremamente favorevole, non è detto che l’aliquota effettivamente pagata dal contribuente ordinario si discosti sensibilmente.

Non è detto che l’aliquota effettivamente pagata dal contribuente ordinario sia più alta della flat tax

La tassazione ordinaria, l’Irpef è una tassazione progressiva per scaglioni aggiuntivi, con aliquote del 23%, 27%, 38%,41% e 43% , che si applicano ad altrettanti scaglioni di reddito, ma l’Irpef è anche un’imposta personale, dunque tiene conto di una serie di fattori, che possono essere riassunti nelle deduzioni di imposta e detrazioni di imposta.

In alcuni casi, l’insieme delle deduzioni e delle detrazioni, riducono anche sensibilmente l’imposta netta dovuta.

Prendendo l’esempio di cui sopra, il medico con compensi pari a 95 mila euro e spese professionali per 18 mila, ha un reddito professionale di 77 mila euro.

Sempre lo stesso medico potrebbe trovarsi nelle seguenti condizioni:

  • Ha una moglie e due figli a carico
  • Ha versato 14mila euro ai fini Enpam
  • Ha versato 4mila euro per previdenza complementare
  • Ha ristrutturato l’immobile sostenendo una spesa di 60mila euro per la quale ha chiesto il bonus ristrutturazione.

In queste condizioni l’Irpef netta sarebbe di 15.238,25 euro con aliquota media del 19,79 per cento, più addizionali locali. In totale si parla di un 21/22 per cento, non così distante dal 20%.

Ma se il medico avesse deciso di riscattare gli anni di laurea, gli oneri previdenziali crescerebbero di ulteriori 6mila euro, e l’imposta discenderebbe a 12.838,25 euro + addizionali, ossia un dato addirittura più basso a quanto pagato dal contribuente in flat tax.

Se il medico decidesse di riscattare gli anni di laurea, l’imposta sarebbe addirittura più bassa rispetto alla flat tax

La riforma fiscale nasconde due insidie:

  1. il disincentivo alla crescita;
  2. il disincentivo ad investire nella previdenza (complementare o meno).

In quanto alla prima insidia, molti medici che al 31 dicembre del 2018 hanno conseguito compensi di euro 94 mila e/o di 104 mila, potrebbero tenere nel corso del 2019 un comportamento finalizzato a non incrementare i propri compensi o a ridurli entro la soglia di 99 mila euro. Cioè potrebbero rinunciare a qualche migliaio di euro per rientrare al 31 dicembre 2019 entro la soglia di Legge.

 

LE INSIDIE

Il pensiero comune potrebbe essere “meglio ridurre i compensi e pagare minori imposte”, ottenendo comunque e avere un reddito netto maggiore di chi ha compensi maggiori di 100 mila euro.

Il rischio è reale, in quanto un professionista con compensi pari a 94mila euro, con spese di studio similari ad altro professionista con compensi pari a 103mila euro, potrebbe avere un reddito, al netto delle imposte, maggiore. Un paradosso. Questi tuttavia sono i dati oggettivi.

Se l’unica visuale fosse il dato delle imposte pagate, senza considerare altri elementi, quali il benessere futuro, si rischierebbe di produrre effetti indesiderati.

Innanzitutto, rinunciare a maggiori compensi e a un maggior reddito, significherebbe anche versare meno per la previdenza, il che nell’immediatezza sembrerebbe un ulteriore vantaggio. Ma nel medio e lungo termine potrebbe rilevarsi una strategia sbagliata.

Ciò si collegherebbe all’insidia 2) cioè il disincentivo a investire nella previdenza.

Il medico che ha la consapevolezza di pagare “solo” il 20 per cento di imposte sul reddito professionale, non dovendo più fare i conti con la progressività dell’imposta, potrebbe essere tentato a non investire migliaia di euro per operazioni previdenziali quali il riscatto degli anni di laurea o il riallineamento, così come potrebbe ritenere non più necessario investire sulla previdenza complementare per se o per i propri familiari a carico.

Non esistendo più il risparmio sull’aliquota marginale del 43 per cento (per la parte di reddito che eccede i 75 mila euro), il sacrificio nell’investimento previdenziale perde gran parte del suo appeal.

Questo ragionamento vale però solo in termini fiscali. Se il professionista andasse oltre, e valutasse tutti gli aspetti del proprio benessere presente e futuro, si accorgerebbe che sarebbe una strategia perdente.

 

TAGLI ALLA PENSIONE

Il sistema pensionistico, ormai contributivo e non retributivo, penalizzerà tutti i professionisti con redditi più bassi e che non investiranno nella previdenza con versamenti volontari.

Limitandosi a versare l’indispensabile, un medico con un reddito lordo di 77mila euro, andrebbe in pensione con un reddito di circa 30mila euro lorde, dunque una severa retrocessione del proprio tenore di vita.

Al contrario, il professionista che indipendentemente dai vantaggi fiscali opta per una previdenza oculata, godrà in futuro di un tenore di vita simile a quello avuto durante la vita lavorativa.

Il professionista con compensi percepiti sotto i 100mila euro, aderendo al regime fiscale denominato tax flax, dovrebbe, al contrario, cogliere l’opportunità di destinare i risparmi fiscali versando le somme in contribuzione previdenziale, i cui benefici saranno tangibili nel futuro.

Per un medico di medicina generale potrebbe essere conveniente aumentare la contribuzione volontaria (aliquota modulare) sui compensi percepiti nell’ambito del Ssn o riscattare gli anni di laurea.

Stesso ragionamento dovrebbe animare il medico ordinario con compensi superiori 100mila euro, con aliquota progressiva per scaglioni aggiuntivi, che ha tutto l’interesse a ridurre il carico fiscale investendo nella previdenza, onere deducibile dal reddito complessivo.

Otterrebbe un risparmio fiscale (stimato nel 40/43 per cento delle maggiori somme versate) e al tempo stesso si garantirà un trattamento pensionistico adeguato al proprio tenore di vita.

 

IN SINTESI

Riassumendo, nel biennio 2019-2020, per molti professionisti varierà il trattamento fiscale dei propri redditi; per un fetta non marginale di medici, con compensi non superiori a 65mila euro, il regime forfettario con tassazione al 15% calcolato sul 78 per cento dei compensi, è una realtà in quanto in vigore dal 1° gennaio 2019.

È un’opportunità per i medici più giovani e per i medici di medicina generale con un numero di assistiti non superiori a 700.

Per i medici più maturi e per i medici di medicina generale con un numero di assistiti maggiori a 700 ma inferiori a 1.200, nel 2020 entrerà in vigore un’imposizione fiscale del 20 per cento da calcolarsi sul reddito effettivo.

Per i medici massimalisti e per gli specialisti più avviati non dovrebbe invece cambiare nulla.

L’introduzione di regimi fiscali di favore potrebbe indurre molti medici a variare i propri comportamenti e anche a risparmiare sulla previdenza, in quanto poco appetibile in tema di leva fiscale.

Al contrario, tutti i destinatari di provvedimenti fiscali migliorativi avrebbero interesse a utilizzare le maggiori risorse disponibili per incrementare i versamenti nella previdenza, garantendosi una pensione quanto più vicina al reddito che percepivano quando lavoravano in forma autonoma.

Ciò anche in funzione del fatto che invecchiando aumentano i bisogni e le politiche sociali degli stati investono sempre meno nel welfare.

 

Luigi Galvano
Consigliere di amministrazione Enpam

data pubblicazione : 06/03/2019