L’intelligenza artificiale non spazzerà via i medici

“Per giungere a ciò che non sai, devi passare per dove non sai” diceva San Giovanni della Croce, fondatore dei Carmelitani scalzi.

Una citazione che vale anche al di fuori di un contesto religioso e in particolare per la professione medica.

Oggi quando si parla di lavoro si sottolinea sempre di più il concetto di produttività, che non si può pensare di aumentare solo con doti umane. L’intelligenza artificiale, da molti ritenuta una minaccia, va invece considerata una risorsa, anche per i professionisti della salute.

Usando una metafora, pensiamo all’attività subacquea: le bombole d’ossigeno oggi permettono di andare più facilmente in profondità rispetto a quando ci si poteva immergere solo in apnea, ma non hanno fatto scomparire chi si tuffa in mare.

Allo stesso modo se nella pratica professionale verranno introdotte applicazioni informatiche in grado di fare diagnosi più precise e più velocemente di quanto riusciamo attualmente, non significa che come medici verremo spazzati via.

Sarebbe però un errore pensare di contrastare l’evoluzione dell’intelligenza artificiale anziché cavalcarla. Questo, sì, avrebbe conseguenze sul futuro della professione, con impatti pesanti anche dal punto di vista previdenziale e contributivo.

Parliamoci chiaro: oggi l’Enpam è l’ente pensionistico italiano con le riserve più elevate. Ma anche 22,5 miliardi di euro messi da parte non sono nulla se la professione cessasse di essere rilevante per i pazienti.

Certo, magari cambieranno i modelli di contribuzione: in futuro per esempio la previdenza potrebbe dipendere non soltanto dalla quantità di lavoro svolto ma dalla capacità di creare valore condiviso.

Quello che è certo che gran parte della nostra attività dipenderà dai dati e dagli algoritmi, che sempre più già pervadono la nostra quotidianità. Basti pensare a quando navighiamo sul web: non si fa in tempo a finire di guardare un video o a completare un acquisto che già ci viene suggerito cosa vedere o cosa comprare dopo.

Varrà così anche per la professione: sempre più potremo ampliare ciò che facciamo, forse meno sceglierlo.

Alberto Oliveti

 

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data pubblicazione : 10/07/2019